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Una piccola Storia, di tanti anni fa

Nuovo prodotto

Autore: Claudio Morsanutto

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18,00 €

Scheda tecnica

Pagine 436
Genere Narrativa
Lingua Italiano
Formato 15x21

Dettagli

Introduzione

In un lembo della terra del Friuli, confinante a sud con il mare Adriatico, ad est con un confine privo di senso naturale, ad ovest con l’inizio della gran pianura del fiume padano ed a nord con piccole colline, dolci rilievi morenici, nasce questa storia: una storia che a quei tempi poteva avere anche un significato e che oggi, il buon senso della gente, trova assurda.

I personaggi erano degli individui anonimi nella mentalità di poche persone di allora, ma che serbavano un loro valore in particolari circostanze: erano dei contadini, figli di quella terra. Tita (diminutivo di Giovanni Battista) Morin era nato nell’ultimo decennio dell’800; era il maggiore di due figli (Grazia, la seconda, di alcuni anni più giovane), prole poco numerosa per i tempi nei quali le braccia avevano grande importanza nelle famiglie, ma solo per poter sopravvivere. Il nostro eroe aveva il compito di aiutare il padre Toni (Antonio) nelle faccende delle loro proprietà, un piccolo podere ed una piccola stalla che riuscivano a dar da mangiare a tutta la famiglia.

La vita era dura e, per rimediare qualche “palanca” in più, padre e figlio andavano spesso in Austria da alcuni parenti, agricoltori anche loro alle dipendenze di un certo Graf Angris, il quale di terra ed animali ne aveva certo di più di loro: e come!

Non era certamente un viaggio molto lungo in quanto, a quei tempi, il confine tra il regno d’Italia e l’impero d’Austria e Ungheria era sulla pianura tra il Friuli e la Venezia Giulia e divideva terre e popoli che da secoli erano stati sempre uniti; capitava molto spesso che persone, parenti tra loro, a causa della guerra del “66 vivessero in quei due Stati.

Questi parenti, Morin anche loro di cognome e per l’appunto cugini, vivevano a pochi chilometri dal confine e non passava giorno di festa che o gli uni o gli altri attraversassero il confine per farsi visita o per altri motivi: l’altro motivo per Tita era Maria, una cugina diretta, non molto alta, secca (più per necessità che per tendenza di moda del momento), occhi azzurri e capelli scuri, sempre nascosti da quel fazzoletto che ogni donna, da quando era ragazza, portava sulla testa fino alla fine dei suoi giorni.

A Tita non dispiaceva quella ragazza anche perché era un tipo “studiato”; eh sì, lei aveva studiato: aveva frequentato tutte le scuole elementari sotto la Corona di Ceco Beppe.

E così, con la scusa di andarla a sentire quando leggeva il giornale comperato in occasione della festa, poteva essere anche occasione per andare a fare un ballo sull’aia della fattoria: tanto allo zio Meni (padre della ragazza) le visite del ragazzo andavano a genio anche se erano cugini e se, poi, Maria era troppo affaccendata nei lavori domestici, c’erano sempre i suoi due fratelli, Bepo (Giuseppe) e Libero, con i quali intavolare una partita a carte o andare a fare un giro per il paese, cosicché, tra un “tajut” ed un colpo d’occhio alla “fauna locale”, la giornata passava discretamente.

Piccolo problema era il ritorno di sera ed ancor più di notte perché c’era un gendarme austriaco, un uomo tutto d’un pezzo nel suo lavoro, che proprio non gli andava simpatico ed il bello era che la cosa era reciproca; una volta, visto che i passaporti per quella gente di confine non avevano alcun senso, Franz aveva rincorso Tita per un passaggio clandestino e, dopo averlo preso ed anche un poco strapazzato, l’aveva trattenuto nella caserma per tutta la notte. Il mattino dopo Meni, di buon’ora, era andato a riprendere il figliolo direttamente alla caserma: tanto il problema lo conosceva e sapeva dove e come risolverlo!

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