Nuovo Lana e Lanificae. Donne legate da un filo di lana. Visualizza ingrandito

Lana e Lanificae. Donne legate da un filo di lana.

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Autori: Elena Puntin e Gabriella Brumat Dellasorte

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Dalla prefazione di Angelo Floramo

È stupefacente questo lavoro, intenso e incantato, firmato da Elena Puntin e da Gabriella Brumat. Perché parla di donne, di fili di lana e parte da lontano, da Aquileia, la grande città romana prima che diventasse tale. Tre elementi nuovi dunque, capaci di suggerire visuali inedite, non scontate, aprendo sentieri narrativi che altri hanno poco battuto. Mi stupisco sempre del modo in cui il narrare possa nascere nella mente di chi gli dà vita. In questo caso l’incipit di tutte le storie viene suggerito da un’epigrafe, rinvenuta nel 1935 in località Colombara. I colpi di scalpello sono essenziali sulla levigata nudità della pietra. Ci dicono di una certa Trosia Ilaria, liberta di Publio Trosio Ermone. È una filatrice di lana ambulante (già questo è scaturigine di infinite suggestioni) che da viva si fece realizzare un’area sepolcrale, aperta ai liberti e alle liberte. L’Autrice del racconto-sorgente, Gabriella Brumat, ne fece un piccolo capolavoro che dedicò - nel novembre del 2016 - all’amica “lanifica” Elena Puntin, una fata (almeno io sono convinto che lo sia) che con la lana è capace di realizzare piccole magie, tutte da accarezzare, sfiorare, contemplare nelle loro policrome nervature. Ecco, l’avventura parte da qui. Da questi piccoli solchi che danno voce ad un cippo altrimenti muto. E ne nasce una storia. Anzi, bisognerebbe definirla un intreccio, che si sgomitola piano piano in un progetto più ampio, in cui tanti fili di diverso colore si abbracciano assieme per definire una storia fatta di immagini, ricordi, sensazioni, leggende. È curioso e al contempo sorprendente come la nostra lingua ricorra a termini riferibili all’arte del tessere e del filare quando vuole fare riferimento ad un testo. Che etimologicamente significa appunto “textus”, tessuto. Da cui si dipanano trama e intreccio. Forse per questo Gabriella, nel sodalizio con Elena, riesce a cucire insieme gli orditi di queste storie, tratteggiando un quadro di straordinaria vivacità, in cui la marginalità, la quotidianità, l’apparente umiltà di personaggi indebitamente definiti minori regalano al lettore un mondo recuperato, che prende vita in tutta la sua policroma varietà di aspetti. C’è un grembo originario in cui ogni storia, scritta o filata che sia, trae vivezza da un immaginario poetico antico, in cui mito e leggenda si impastano insieme nei colori della meraviglia. E questo grembo è la piccola bottega in cui Elena lavora, un cuore accogliente che batte i suoi ritmi sotto i portici cinquecenteschi della “Casa del Comune” di Gorizia. È qui che gnomi panciuti e agane dai capelli di fiume, krivapete dai piedi ritorti e chissà quali altre fantasie ispirano all’Autrice i suoi sogni che hanno il vellutato calore dei bioccoli di lana cardata. Caldi e colorati come il cuore di un autunno che soffia storie sul cuore degli umani, almeno quante sono le foglie portate dal vento lungo le strade che sono soliti calpestare. Libri tattili e sensoriali, profili di angeli e animali, paesaggi dall’anima soffice sono solo alcune tra le tante sorprese che Elena, la maga, sa trarre dal calderone ribollente della sua sensibilità, portandoci fin dentro al labirinto dei mille crocicchi di cui una “lanifica” è capace. L’arte dell’intessere come quello dello scrivere si assomigliano molto e ritrovano nelle architetture del labirinto la loro immagine primordiale. Anche nell’opera di Dedalo correva un filo rosso, quello della bella Arianna, la via della luce, secondo l’etimologia antica del nome, quella che apre ogni passo verso la rilucente scoperta della verità. Che si nasconde dietro le piccole cose, non nella magniloquenza dei potenti, ma nella semplicità degli umili, coloro che spesso sanno senza dire. Anche le Parche filavano. Le signore del tempo, quello perduto e quello ritrovato. Elena Puntin e Gabriella Brumat un po’ Parche lo sono. Perché il fluire dei minuti, lo scorrere inesorabile di Chronos si interrompe mentre inseguiamo il filo dei pensieri o sgomitoliamo le volute delle parole di Gabriella, così come quando ci lasciamo legare dai fili sottili e colorati che le dita sensibili e veloci di Elena intrecciano nell’incanto delle meraviglie di cui è capace. Ed è bello ritrovarsi ad essere loro prigionieri. Un filo di lana poi non è una catena. Lo spezzi quando vuoi. Questo è il tacito accordo. Benché io, personalmente, non sia ancora stato capace di tanto, dopo averne percepito l’intima bellezza. Le storie più belle, nell’origine dell’epos, nascevano attorno al fuoco, quando le donne di casa, intente all’arcolaio, intessevano insieme stoffe e canti, cromie e parole, fili e filastrocche. Elena e Gabriella questo fanno. Ed è impagabile piacere lasciarsi catturare dalla delicatezza della loro tela.

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