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Il Rojale nella Grande Guerra 1915-1918

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Autori: Gateano Vinciguerra, Maria Claudia Trevisan

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DALLA PREFAZIONE DI ANNA ZOSSI

La Prima Guerra Mondiale è un tragico tassello del nostro passato, considerato uno degli eventi più ampi e densi di conseguenze del ventesimo secolo. Milioni furono le vittime in ambito europeo e mondiale; di queste, oltre 600.000 furono i soldati italiani che persero la vita e circa 1.000.000 furono i combattenti rimasti feriti e mutilati in nome della Patria. Questo conflitto portò inoltre cambiamenti sostanziali nella coscienza di tutti i popoli e sconvolse a livello internazionale tutti gli assetti politici e sociali. Il Friuli Venezia Giulia, secolare terra di confine, subì prima l’avanzata poi la ritirata delle truppe italiane e tedesche, quindi vide la devastazione della sua territorialità che nei secoli aveva assistito a contatti, convivenze, diatribe, fusioni tra le tre grandi culture europee: latina, germanica e slava.
Grandi fatti sono accaduti e importanti uomini sono transitati nei nostri paesi di cui sono testimonianza libri, audiovisivi e manuali, che hanno contribuito e concorrono a conservare la memoria del passato, di un tempo trascorso nella realtà e riscritto, a volte con distacco, tanto da limitarne la reale comprensione. L’oggettività con cui sono raccontati i maggiori eventi, si contrappone alle emozioni dei semplici episodi, i quali hanno un’eco diversa nella popolazione, perché stabiliti negli alti ordini della società e calati senza tante spiegazioni, in un certo qual modo imposti. Questi accadimenti delle comunità sono dunque sentiti con maggior sensibilità, perché più vicini alla persona: lasciano segni, ricordi e testimonianze, le stesse che ci permettono di rivivere il passato attraverso una memoria storica che è compito di tutti noi tenere viva e tramandare.
Questa conservazione e trasmissione deve essere un monito, deve diventare una testimonianza per progredire nel nostro futuro con consapevolezza: il passato non si ripete con le stesse caratteristiche perché i tempi cambiano, la società evolve, le esigenze mutano. Le guerre mai finiranno perché da territoriali, sono diventate e sono state nel corso delle epoche, commerciali, psicologiche, culturali. Il loro ricordo serve per capire noi stessi e il presente, ma anche le motivazioni dell’attualità in una dimensione di esistenza quotidiana che interseca l’aspetto materiale con quello emotivo, psicologico, comunitario e sociale. La volontà di questo volume è raccontare la microstoria del Comune di Reana del Rojale attraverso le fonti stesse del territorio: i monumenti ai compaesani “andati avanti”, le storie delle vittime ricostruite attraverso oggetti, fotografie, testimonianze orali, la vita sociale reperita dai giornali dell’epoca e dagli archivi municipali e parrocchiali, il funzionamento e il dislocamento delle scuole sul territorio. Tutti questi elementi assieme, contribuiscono a lasciare un segno, una testimonianza aggiunta del nostro passato, una memoria storica appunto di noi uomini e donne di questo territorio, il Rojale. 
La memoria storica, diario che racconta le vicende umane, è il ricordo di cittadini e di episodi vissuti in un mondo diverso da come lo conosciamo oggigiorno, dal quale discendiamo e senza il quale saremmo privi di identità. Questo termine, nella sua definizione sociologica e antropologica, indica sia la concezione che ha l’individuo di sé stesso come singolo, sia di sé stesso in una società, il che lo rende unico e inconfondibile. Ogni persona ha dunque un’identità propria che si è edificata nel suo personale tempo anagrafico; i territori similmente si caratterizzano nell’imperterrito e continuo scorrere o meglio trascorrere della vita, con le sue evoluzioni e il suo retrocedere, con i successi e le catastrofi. L’oggi dunque si radica nel passato: dimenticarne le fondamenta è come condurre una esistenza priva di riferimenti. Tutti noi dovremmo avere fame e sete di memoria storica, non per una sterile nostalgia del passato, ma perché è essa stessa che orienta una visione positiva del vivere e delle relazioni, permette di capire gli equilibri sociali odierni, educa alla pacifica convivenza civile dove l’ascoltare è essenziale. L’ascolto, elemento attuale futile e sfuggente, ha una rilevante importanza nelle società, essendo trasversale a tutte le epoche: il racconto è infatti il principale fattore di trasmissione dei fatti della nostra storia.
Maurice Halbwachs, sociologo francese vissuto fra l’800 e il 900, in sintesi così delimita il campo della memoria e quello della storia: la prima è una corrente di pensiero che vive nella coscienza di un singolo o di un gruppo, la seconda si pone da un punto di vista universale. Egli predilige parlare di memoria collettiva, poiché la memoria storica associa due termini a suo dire contrapposti: è inutile fissare un ricordo per iscritto, finché è presente nella memoria collettiva. Quando questa invece viene meno, si crea il bisogno di scrivere per non lasciar sprofondare nella dimenticanza, in assenza di testimoni, il ricordo. Le parole e i pensieri muoiono, gli scritti restano. 
La memoria collettiva è un pensiero continuo, per nulla artificiale, poiché continua a far vivere ciò che del passato è sentito o capace di meritarsi un posto nella coscienza del gruppo: quando un’era smette di essere interessante per il periodo successivo, non sarà essa stessa la causa della sua dimenticanza, vale a dire della perdita del passato, poiché sono due identità sociali separate che si susseguono. Ognuna conserverà e protrarrà ciò che è vantaggioso, ma dovrà far tesoro di quanto è ed è stato fallimentare per auto proteggersi, evolvere e migliorarsi. Pierre Nora, storico francese, afferma che lo studio della memoria collettiva intesa come quanto resta del passato nel vissuto di una comunità, e ciò che i gruppi fanno del passato, è cruciale nella formazione dei metodi e nell’elaborazione dei temi della storia. Al confine di questa memoria comunitaria esiste uno spazio libero da condizionamenti, dove esprimere la propria personalità, dove le scelte del singolo assumono valore e significato. È questa la sede in cui ogni persona liberamente racconta la sua storia, la sua memoria individuale.
La memoria individuale, ulteriore elemento su cui riflettere, dipende da quella collettiva e può essere interpretata come il risultato della sovrapposizione e dell’interazione tra le nostre esperienze e quelle altrui, attraverso uno scambio costante e sottinteso, non sempre esplicito e cosciente. L’immagine più rappresentativa a livello metaforico e idealmente più adatta per la memoria personale e la memoria di gruppo, non è tanto quella di una “biblioteca”, con i suoi reparti e i suoi volumi rigidamente catalogati, quanto piuttosto quella di una “rete”, la cui forza dipende dal numero dei nodi che la compongono e, soprattutto, dai collegamenti e dai rimandi che fra essi si possono sviluppare. 
I ricordi non sono però sempre frutto delle nostre esperienze dirette. I media producono incessantemente memoria: dal libro al quotidiano, dal cinema alla televisione fino a internet, i contenuti multimediali sono sia fonte di acquisizione di memoria indiretta, sia strumenti di archiviazione e classificazione. Questi dati statistici, frutto di indagini generali o specifiche condotte dagli istituti di ricerca, definiscono un’ulteriore memoria, la memoria istituzionale che per la popolazione è spesso una fruizione indiretta di quanto accade nel mondo, che a sua volta permette la conoscenza e amplia di conseguenza il nostro campo del sapere.
Queste diverse sfumature di memoria confluiscono certamente nella storia dell’Eroe Ignoto, icona del sacrificio del Soldato Italiano nella Grande Guerra, dal ritrovamento sul campo di battaglia fino al suo memorabile viaggio verso la capitale durante la più grande manifestazione popolare e spontanea che la storia d’Italia ricordi. Ad accogliere le spoglie senza nome, uno dei più grandi monumenti mai realizzati per la gloria di un Re, l’Altare della Patria, costruito nel bianchissimo marmo di Botticino e adornato con imponenti sculture ideate dai più famosi artisti dell’epoca. L’opera geniale del giovane bresciano Angelo Zanelli fu considerato un trionfo di valori e di bellezza, glorificato il 4 novembre 1921 a Roma e in tutta Italia da milioni di cittadini che celebrarono nello stesso istante il commosso ricordo dei 600.000 caduti italiani. Una processione laica iniziata pochi giorni prima a settecento chilometri di distanza, nell’austero silenzio della millenaria Basilica di Aquileia, dove una madre tremante scelse tra undici Corpi rinvenuti sui campi di battaglia i resti di colui che sentiva essere il suo figliolo disperso, noto a tutti come Milite Ignoto. Questo fatto è l’apice esemplificativo di come una memoria individuale, accomuni la collettività e la renda partecipe, perché attrice essa stessa del fatto.
È fondamentale che la Grande Guerra si preservi nella nostra memoria di popolo italiano perché la sua devastazione ha portato un rilevante cambiamento della società, delle dinamiche familiari e dei ruoli domestici. La maggior parte delle famiglie assistette alla partenza per il fronte di un componente maschile: chi tornato dopo atroci sofferenze, chi sopravvissuto con segni più lievi a quella barbarie, chi riportato senza vita. La soluzione collettiva per curare e alleviare le ferite individuali per la perdita dei propri cari, come sopra espresso, fu proprio l’elevare a sacrificio per la Patria le loro salme: le madri avrebbero così avuto una lapide su cui piangere.
I cambiamenti intimi e sociali, ricaddero sulle dinamiche familiari e comunitarie nel periodo bellico ma anche negli anni a seguire, modificando il ruolo delle persone e la stratificazione della società. La chiamata al fronte degli uomini, aveva lasciato le donne titolari della casa: erano loro stesse che oltre ai lavori domestici, dovevano occuparsi, assieme alla prole, della cura degli animali e dei campi per assicurarsi la sussistenza per vivere. Avere un’adeguata nutrizione non era facile, anche perché i soldati andavano sfamati e spesso interveniva la requisizione dell’esercito. Intervenendo dunque una prima forma di emancipazione femminile, seppur sotto il rispetto della famiglia patriarcale: la donna non più solo addetta ai figli e ai lavori domestici ma anche al campo e alla casa. Valter Zucchiatti, storico locale, conferma questa trasformata situazione:
“Nei paesi delle retrovie i primi due anni di conflitto trascorsero in maniera certamente drammatica, con quasi tutti gli uomini validi al fronte. Le campagne lasciate in uno stato di quasi abbandono, la scarsità delle derrate alimentari, di foraggi, legna ed altri generi di assoluta necessità requisiti dalle autorità per la sussistenza delle armate al fronte avevano inevitabilmente portato altra miseria nelle case friulane”.
In questo mondo stravolto, mancavano dunque dei punti di riferimento come testimoniano nel 1916 Don Faustino Piazza e Don Umberto Ribis, i quali scrivono che, nonostante i maltrattamenti dei soldati, le donne li guardavano con altro occhio e si facevano trascinare da istinti naturali senza discernere il bene dal male, tanto che si sperava in una resurrezione di Reana cercata con tutte le sue forze ma senza risultato. Il territorio era dunque allo sbando, la società subiva la guerra ed era molto disorientata.
Ad accrescere la mancanza di certezze concorse anche il sequestro e l’abbattimento delle campane. Era infatti stata emanata la Legge per cui le campane con peso maggiore di 3 quintali dovevano essere tolte dai campanili: il loro metallo era fondamentale per costruire armi e munizioni. Si legge nei Libri delle Parrocchie di Qualso, Reana del Rojale e Rizzolo come nonostante il tentativo ufficiale, o in alcune occasioni con sotterfugi, di cercare di preservare la campana di ogni singolo campanile affinché continuasse a scandire lo scorrere del giorno e i momenti più importanti della giornata e della comunità, tutte le campane furono sottratte, così come tutti gli organi vennero dismessi anche se di valore storico ed artistico, come quello di Reana fabbricato nel 1784 da Pietro Nachini. Testimonianza letteraria che non richiede commenti, ma ripercorre i diversi momenti della guerra attraverso le campane ed evidenzia come le persone sentissero e vivessero la mancanza del loro suono è la poesia di Tobie Vignut:

L’agonie dellis Chiampanis di Val

In Friul no so Chiampanis
L’è un silenzio grand profond,
La vendette di chei barbars
E a fatt tremà dut il mond.
A Boroevic il General
Lis granatis a milions
I coventarin, lis Chiampanis
Trasformanlis in canons.
Lis robarin quasi duttis
Fracassanlis cence dul
An lassarin qualchedune
Ca e là in tal Friul.
Fra chei barbars son za ladis
Quasi dutti biel avual
Une sole an-d han lassade
Su pal tor a chei di Vall.
Il Vicchiari a San Zuan
Une grazie al domandà
Che une sole par memorie
Su pal tor ves di restà.
Le ha salvade la prejere
Di chel Predi cussì bon
Pense ben, o Chiampanutte
Al Vicchiari Mattion.
Il prin di mai dal Disevot
I Todeschs chei lassarons
Lis Chiampanis nus buttarin
Jù dal Tor a ribalton.
Mandi mandi ti diserin
Lis toos surs in che zornade,
Tu puarete di besole
Su pal tor tu ses restade.
Son doi ains che di besole
A sunà saldo si sfadie
Simpri istes su la so gobe
Puarte il pes con armonie.
I Todeschs s’immaginavin
Di Chiappà i talians pal cuell,
Lis Chiampanis jù visarin
Di là incuintri al macell.
Oh! Coraggio Chiampanute
Che la sbigole jè passade,
I Todeschs là sulla Piave
La lor piell e han lassade.
Duch d’accordo col Vicchiari
Chel cal dis cà dutt si faas,
Per fa fa lis Chiampanuttis
Lui nol steve mai a paas.
Col Chiampanar De Poli
I contras a son za stipulas,
Vevit pazienze nus ha ditte
Stait sigurs che jò lis faas
Stuffe e strache di besole
Jè sul tor no vul restà
Salte a bass, e jù pe strade
Lis soos surs e va a incontrà.
Al è vueit il tor di Vall
Ma si spere che ben prest
Lis dos gnovis Chiampanuttis
Tornaran in tal lor puest.
Sin cussì cence Chiampanis:
Jè restade in sintinelle
Par sunà Messe e Rosari
Chel fregul di Chiampanelle.
Nus ha fatz un poch spietà;
Finalmentri e son rivadis
Risplendens come dos stellis
Tal lor puest e son tornadis.
Con un metro di orelis
Dugh in’ar chialant e stan,
Spietin duch con impazienze
Par sintì ce vos che han.
In lungh e in largh il sun si scolte
In su l’ore della sere
Col lor squillo lor nus disin
“Sin tornadis dalla vuere”.
Vin puartade la vittorie
Là sul Plaf in poos dis,
In che frande fraccassade
Vin sconfiss dugh i nemis.
Viva dunchie Sior De Poli
Nus a fattis lis Chiampanis
Nol podeve fali mior.
Ma no baste a sior De Poli
Un elogio a Agnul Barburin
Che il lavor par colloccalis
L’è riuscit propri benin.

Emerge chiaramente come in Friuli non ci fossero più campane e come le persone le aspettassero con impazienza. A Valle la poesia elogia chi le ha rifatte e il suo aiutante nella ricollocazione, così come avvenne, seppur senza elogio noto anche nelle altre comunità. Preme in questa sede ricordare i fatti di Zompitta. La nuova campana infatti fu singolare e unica per il territorio rojalese poiché rifusa con i nomi dei caduti della frazione. Quale miglior segno per ricordarli a ogni battito di campana: il suono dal campanile, richiama l’attenzione, scandisce il giorno, riscalda il cuore, ribadisce la memoria e glorifica i valorosi soldati. Dopo questo agghiacciante inferno bellico si sono manifestati sempre più evidenti gli effetti della globalizzazione che costituisce un fenomeno tipico di ogni tempo ed è antica quanto l’uomo. Il nostro compito, così come l’intento di questo volume, è la costruzione di comportamenti responsabili, l’educazione alla legalità, la realizzazione di un domani respirabile, possibile attraverso la narrazione del passato e la sua comprensione.
La storia fornisce l’arco che lancia i cittadini verso il domani, mette in luce nuovi attori, nuovi scenari e nuove prospettive, delinea panorami fondati su un’ampia pluralità di storie, anche stimolando l’individuazione di nessi interdisciplinari e suggerendo originali tracce di studio, d’interpretazione e di ricerca.
Sono persuasa che il miglior modo di valorizzare la memoria del passato non consista nella comunicazione di un bagaglio d’informazioni tanto cospicuo quanto separato dai temi decisivi della nostra epoca, bensì nel tentativo di far scaturire dal reale fluire di ogni elemento storico le ragioni di un concreto innovamento. Lucien Febvre sosteneva che lo storico non è colui che sa, ma colui che cerca. La storia deve cercare di fondere gli elementi storico-politici con le più avvincenti suggestioni del passato, per suscitare passione. Mettere in fila i fatti, le cifre, le date, gli eventi, i dati è importante, ma sono le emozioni che fanno la storia. Ecco perché noi dobbiamo recuperare i particolari, i dettagli, le piccole cose vere: sono esse che restituiscono il senso delle grandi tragedie.
Fare storia, ricordare la storia, raccontare la storia significa predisporre un patrimonio prezioso per l’attuale. Rimembrare il passato non significa tanto tornare a riviverne minutamente ogni attimo, quanto piuttosto selezionarne i momenti più significativi, più eloquenti, più utili, più vivi per noi.

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