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Buen Camino

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Autore: Luciano Nobile

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PREFAZIONE di Ettore Candotti e Sebastiano Ribaudo (IL DIRETTORE E IL SEGRETARIO DEL CPP) 

“Perché Buen Camino? Perché è il saluto e l’augurio che tutti si rivolgono quando si incontrano lungo il cammino di Santiago. […] Questa parola, ripetuta continuamente come una litania, si imprime nella mente e nel cuore […]. Perché? Perché richiama e ricorda una grande verità: il cammino della vita”. Da qui il titolo, più che mai appropriato e denso di significato, che l’autore - Mons. Luciano Nobile, parroco della Cattedrale di Udine, il nostro Parroco - ha voluto dare, senza esitazione alcuna, al racconto del suo pellegrinaggio a Santiago di Compostela, in Galizia, nella Spagna nord-occidentale. Un racconto, questo, sollecitato da molti, offerto inizialmente “a puntate”, attraverso il foglietto domenicale parrocchiale “L’angelo di S. Maria di Castello”, per 35 domeniche dell’anno liturgico 2013/2014 (dalla domenica del 20.10.2013 alla domenica del 13.07.2014), che ora è divenuto libro per le richieste insistenti di tanti. Don Luciano ha “riletto” con i fedeli - grazie al suo “piccolo diario”, corredato poi, qua e là, da opportune aggiunte e da qualche digressione, ma pur sempre fedele alla struttura originale - il suo “camino”(10-24 agosto 2013), realizzato insieme a due amici, Massimo e Alberto, i suoi “angeli custodi”, divenuti poi “arcangeli”. Ottocento chilometri in bicicletta, da Saint Jean Pied-de Port fino alla maestosa Catedral basilica metropolitana de Santiago de Compostela, al cui interno, nella cripta, fedeli di tutto il mondo venerano le reliquie di san Giacomo il Maggiore, primo tra gli apostoli a testimoniare con il sangue la fedeltà a Cristo. Un percorso lungo e antico, che attraversa tutto il nord della Spagna; il cammino per antonomasia, intenso, suggestivo, scelto da pellegrini di ogni età per vivere una esperienza che associa la ricerca e la crescita interiore a un rapporto profondo con la natura. La strada, in qualche maniera, agisce su chi la percorre, e lo fa passo passo, discretamente. “Nella tradizione cristiana il pellegrinaggio è la strada aperta tra cielo eterra; è l’annuncio di Dio attraverso la memoria dei luoghi legati all’apparizione di Maria, ai santi e ai martiri”. Per la sua costante e multiforme presenza, esso, possiamo affermarlo, “si radica nel cuore degli uomini, nella loro ricerca della traccia di Dio attraverso il mondo”. 
Il libro, va detto, non è una guida sul percorso di Santiago, sebbene tra le righe non manchino indicazioni, riferimenti, cenni storici e altro, ma è qualcosa di profondamente diverso. È la narrazione, come dice l’autore, di “un’esperienza, con tutti i risvolti seri e faceti, importanti e sciocchi”. È anche un racconto, a tratti autobiografico, di una probabile rivisitazione - fatta lì, durante il “camino”- di frammenti di vita trascorsa, dai quali trarre preziose indicazioni per il prosieguo della vita medesima, propria e altrui. Non a caso, don Luciano, in occasione di una delle sue tante, tantissime associazioni di fatti, d’immagini, di sensazioni, di ricordi, riferisce: “C’è una ricca saggezza nell’esperienza di ciascuno. Non sempre si è disposti a scoprirla e a considerarla. […] Ascolto e capacità di conversione possono essere una ricchezza che nella vita ci aiuta a scegliere la strada migliore”. 
Parte del cammino, come descritto, corre attraverso terre assolate, senza neppure un albero che offra la sua ombra per un momento di sollievo. Il caldo e la sete si fanno sentire. La scorta d’acqua è indispensabile. Ed ecco emergere l’importanza dell’acqua. L’acqua che genera la vita, che purifica, che toglie le macchie, che lava ciò che è sporco. E il pensiero corre anche all’acqua battesimale, uno degli elementi materiali sacramentali più ricco di significati. 
Di fatto, don Luciano ci offre, con una prosa piacevole, con spontaneità e sincerità rare, con profonda spiritualità e umanità, anche con umorismo e autoironia quando opportuni, tutto quanto (immagini, ricordi, parole, considerazioni, riflessioni, ecc.) scorre nella sua mente “svuotata di tante cose inutili”, mentre il suo corpo è impegnato a raggiugere la meta agognata, a mantenere una promessa. Una promessa nata nel periodo della fanciullezza, complice la filastrocca di Sant’Jacun di Galizie, e soddisfatta “appena suonata la campana del 71°anno di età”. 
Le accurate descrizioni dei luoghi e delle persone e il resoconto della vita di tutti i giorni, compreso il rapporto umano con i due amici, sollecitano la nostra immaginazione, sino a farci sentire là, in cammino anche noi. I ricordi, favoriti dalle circostanze e dal silenzio, rimasti evidentemente impressi nella mente e nel cuore, raccontati con dovizie di particolari, fanno tornare pure noi indietro nel tempo, e ci inducono alla meditazione. Le tante riflessioni e considerazioni - talune estemporanee, cioè stimolate e associate a circostanze ed episodi inerenti al “cammino”, altre, successive al cammino medesimo, perché legate e adattate al tempo liturgico che si viveva al momento della pubblicazione del foglietto domenicale sopra citato - ci regalano perle di saggezza, indicazioni preziose, percorsi da seguire, luce per i momenti bui della vita, ristoro dell’animo. 
L’autore si sofferma volentieri sui quei ricordi collegati agli affetti famigliari e al periodo della sua infanzia. Una stagione della vita - questa dell’infanzia, durante la quale si costruiscono le fondamenta del futuro - cui prestare molta attenzione. Profonde ed efficaci sono, al riguardo, le sue affermazioni: “Ogni piccolo segno nel cuore di un bambino, ogni incisione s’imprimono in profondità, nel bene e nel male; una carezza come un graffio restano indelebili. […] Ciò che si vive nell’infanzia resta sempre scritto sulla lavagna della vita”. 
Benedetto XVI, nel 2010, riguardo ai tanti pellegrini che vivono con spirito giacobeo il cammino fino a Santiago di Compostela per abbracciare l’Apostolo, disse tra l’altro: “La stanchezza dell’andare, la varietà dei paesaggi, l’incontro con persone di altra nazionalità, li aprono a ciò che di più profondo e comune ci unisce agli uomini: esseri in ricerca, esseri che hanno bisogno di verità e di bellezza, di un’esperienza di grazia, di carità e di pace, di perdono e di redenzione. E nel più nascosto di tutti questi uomini risuona la presenza di Dio e l’azione dello Spirito Santo”. Ora, dopo la lettura del libro, ci sembra di comprendere meglio, sentendolo dentro, l’illuminato pensiero del Pontefice. 
Nel suo andare verso la meta, don Luciano ha trovato spunti e occasioni per osservare la vita, la condizione umana, nel bene e nel male. E a proposito di quest’ultimo, egli, partendo dai “Templari”, un ordine militare cristiano, e giungendo al re di Francia, Filippo VI, si sofferma sulle ruberie di oggi, sull’avidità di denaro di molti, sull’iniqua distribuzione della ricchezza nel modo che accresce il divario tra i benestanti e i meno abbienti, e dice: “È giustizia questa?” Ma poi… con fede aggiunge: “La resurrezione di Cristo è il germe di vita nuova che dona ancora a noi la forza di operare con speranza, per rendere migliore questo mondo per difendere dai ladri di oggi i pellegrini della vita”. 
Ci avviamo alla conclusione. L’opera, pensata e iniziata per la comunità dei fedeli, portata a termine e pubblicata per volere della stessa, è stata, per tutti, “una parola feconda”. Insieme diciamo: “Deo gratias”!

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