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Semut tu si clamis? Alcuni cognomi gradiscano nel corso dei secoli

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Autore: Gianni Marizza

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Dalla prefazione di Ferruccio Tassin

Ma Diavolo di un Generale Marizza!

Dribblato il numero di venticinque libri pubblicati, si sta inerpi­cando verso i trenta, e non opuscoli “smavidi” o gonfiati da sedice­simi di foto! Anzi, polputi, con pagine piene, e anche… leggibili.

Non mattoni indigesti, dove, nel testo, vai a cercare una virgola come respiro e un punto come una liberazione, ma frasi e periodi guizzanti, interdum (talvolta), spruzzati di sottile ironia.

Spaziano dai problemi a livello planetario, all’affetto per gli Al­pini della “Julia”; dalle missioni di pace, alla godibilissima “An­tologia di Isunz River”. 

Qui uomini e donne si muovono fra dramma e umorismo, con Gradisca, e la grande storia, sullo sfondo.

Fra “pietas” e polemica, il suo recentissimo “O Vienna velika che tanto t’amai”, dove già il titolo, l’aggettivo sloveno e la sintassi di sapore friulano, annunciano il rifuggire dal localismo, in questa terra d’incontri. 

Il moto di un animo nobile, che “tira di qua” gli avi sloveni, friu­lani e bisiachi, di cui altri tengono sepolta la memoria.

Questo motivo affiora, qua e là, anche in questo libro, che scorre come l’Isonzo e segna il tempo, con la nascita e lo svilupparsi dei cognomi, riferiti a Gradisca. Sempre nell’ambito, non solo cir­coscritto alla città, ma che si irradia vero la Contea, i Balcani e verso Bergamo e Brescia. Furono prodighe di famiglie di capoma­stri e scalpellini che collaborarono nell’edificare fortezza e case. Si ancorarono ai nuovi luoghi, mescolandosi con etnie diverse, molto molto prima che il nazionalismo sparigliasse le carte. 

Il filo conduttore è la storia, in tutte le sue inflessioni: dalle de­cisioni ed eventi che cambiarono epoche, al familiare aneddoto. 

Una introduzione, con le caratteristiche del secolo, poi giù co­gnomi di Gradisca e dintorni.

Così, umili e potenti, che attraversarono il tempo, compaiono, se non pari, nello scalare la vita, almeno pari nel ricordo e nella dignità dell’essere uomini.

Parte dalla topografia, per spiegare tanti perché, e risale le epo­che, dalla tardo antica in qua, con le invasioni barbariche, che la storiografia tedesca chiama Völkerwanderungen (migrazioni di popoli), e con cenni di storia ecclesiastica e religiosa, propiziati dallo svilupparsi, in vari ambiti, del Patriarcato di Aquileia.

Nel Medioevo, corrusco di guerre, e pur ricco di storia del pen­siero, l’Autore insinua le sue note di nobile levitas, come quella dell’origine della osmizao della privada da un provvedimento di Carlo Magno, che consentiva la vendita diretta del vino.

C’è anche uno specchiarsi proprio nella storia: i Marizza vennero al seguito delle incursioni ungare (sec. X), da una tribù bulgara della Valle della Marizza. Altri, magari, avrebbero scrutato perfi­no coi negromanti, per trovare un, pur pallido, quarto di nobiltà!

Emergono figure di patriarchi e, da note economiche, origini te­desche, slovene e latine di cognomi.

Si trova perfino un seguire le origini del friulano, la nascita della vicinia (comunità di villaggio) e il ritorno a considerare le gesta dei grandi, quando si parla dell’emergere dei Conti di Gorizia. 

Il pendolo del tempo poi si sofferma di nuovo sui cognomi, come i Novello (patronimici, dai padri), i patrionimici, dalla terra dei padri, ed ecco i Da Durazzo del sec. XV. 

Non svalanga subito una massa di teorie delle origini, il gen. Ma­rizza, ma la spalma con garbo attraverso i secoli, perché il lettore respiri con la mente e accarezzi col cuore.

Come ha fatto per il friulano, segnala uno dei più antichi scritti in sloveno, e siamo al Quattrocento, quando, dopo la conqui­sta di Costantinopoli da parte dei Turchi (1453), e il loro salire, ecco apparire il cognome Albanese. Profughi, per esempio, dopo il 1478, quando Venezia cede Scutari a quel popolo in ascesa.

Arriva la nascita della fortezza veneta di Gradisca, isola veneta in terra austriaca (e in tempi brevi riaustriaca fu)? Ecco un gran­dinare di cognomi lombardi e veneti, come Bressan o di quelli che venivano da Bergamo a edificare materialmente la nuova nata. 

La società si differenzia pian piano; non solo soldati e muratori o scalpellini, ma speziali, avvocati…

Agli inizi del Cinquecento, la lega di Cambrai, in funzione anti­veneta? E arrivano cognomi austriaci.

La Guerra di Gradisca (1615-1618) fra Venezia e l’Austria? Fola­te di compagnie di ventura, che lasciano spie di loro provenienza - ad esempio svizzera - per i Di Bert e vallona per i Weffort. Stessa epoca, e si trova traccia di una comunità ebraica, in cui spiccano i Morpurgo.

Gradisca capitale di uno stato all’avanguardia, per capacità di rilancio dell’economia, per leggi, moneta propria, nuove costru­zioni di chiese, con gli Eggemberg (sec. XVII avanzato), ecco nobili che tengono palazzo in città. 

Effimera la dinastia, con il territorio che ritorna all’Austria in meno di un secolo.

Il Settecento dai grandi cambiamenti: dalla soppressione del Pa­triarcato di Aquileia nasce l’arcidiocesi Goriziana (1752), a sua volta soppressa dalla “bufera” giuseppina, e origine della diocesi di Gradisca (dura un momento), che torna in breve a Gorizia, ma lascia traccia.

Un nugolo di nobili nella Gradisca dell’epoca e istituzioni im­portanti: ospedale (ma nel senso di caritatevole ospitalità, e nomi femminili di ospiti), un seminario, un’orchestra, e tanti cognomi che si aprono a microbiografie.

Napoleone: dichiarazioni di libertà di principio e spesso razzie di fatto, con andate e ritorni così convulsi, che il barone parroco Sigfrido Baselli disse basta ai “Te Deum”, perché troppo mobile era il si vince e il si perde.

Del secolo XIX, sempre ben condito di cognomi e lacerti di storia che li collegano, fa cenno ai buoni rapporti tra friulani e sloveni e cita l’ode all’Isonzo del poeta sloveno Simon Gregorčič, che profetizza la bufera della grande guerra ventura.

Nei cognomi compare una sarabanda di mestieri e professioni, che parla della evoluzione avvenuta nella società gradiscana.
Siamo al XX fra i secoli, tempo di cambiamenti proprio dalle fondamenta: la I guerra mondiale, quando tutti i gradiscani soldati partono in uniforme asburgica, e non tutti meno cinque – i presunti irredentisti – come vorrebbe una falsa vulgata da storia fai da te. Ci tiene a sottolinearlo l’Autore!

Non occorre dire quali cambiamenti abbia portato quella guerra, che sottrasse le nostre terre a un esperimento di Europa.

Rimane traccia anche di questo nei cognomi, che spesso il fascismo italianerizzerà con aggiunte di lettere e traduzioni al limite del tragicomico.

Si accenna anche all’onomastica partigiana, coi nomi di battaglia.

Arriva il periodo chiamato “guerra fredda” (si torna alla geopolitica), dopo la II guerra mondiale, e la calata della cortina di ferro. Arrivano i cognomi di militari di tutta l’Italia; si insediano durante o dopo il servizio.

Cita una serie di Ballaben (sarebbe originario della Moldavia, il cognome), il gen. Marizza, e i Bettiol, fra cui Giuseppe Maria (1907-1982, gradiscano, nato a Cervignano), uomo della Resistenza, senatore, ministro e giurista insigne (una delle sue opere è stata tradotta in decine di lingue).

IN questo libro, difficile per unareductio ad unum(cioè dir tanto con poche parole), si condensano affetti, ricordi, drammi, scivolare del tempo, mestieri… in quella bella comunità di Gradisca.

Mediatori sono i cognomi, “misclizzâts” (mescolati e fusi nello stesso tempo) di etnie e capaci di raccontare guardie carcerarie e ospiti del reclusorio gradiscano, di Mitteleuropa; di cattolici, ma anche di evangelici e di ebrei. Di persone protagoniste, siano esse lo scultore Costantino Novelli, lo “stomblâr” (fabbricatore di manici di frusta) Mattia Visintin, il pesatore pubblico Giuseppe Pian.

Conclude una analisi sull’origine di cognomi più comuni dalle nostre parti; più argomentato del resto, ma non “stufadiz”, stancante, cosicché si arriva alla fine del libro, non con il fiato mozzo, ma col desiderio di sapere ancora…

 

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