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L'involucro del silenzio

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Autore: Italo Bertolin

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Dalla prefazione di Renato Pilutti

Già il titolo scelto da Italo dice cose di lui. I silenzi tesi o dolcissimi delle montagne che ha frequentato nell’avventura delle bestie selvatiche. I silenzi delle distanze e dei distacchi.

Silenzi pieni di vento e di aria di neve. Di suoni che vagano di valle in valle: campane nascoste dagli alberi del bosco.

Bianche lune attonite scivolano dal suo scrivere rapsodico e a tratti colmo di strane suggestioni, su incerte strade che si rincorrono e si trovano, perdendosi.

Tramonti sui filari, le roste, le Rivete (di che fiume, il Meduna?) accompagnate da visioni venute dal tempo che è passato. E poi i volti delle persone conosciute, amate, perdute, fino a chi è definita la “sola”, quella che è rimasta accanto a lui.

Tralascio di dire chi sia.

La memoria di Italo recupera sogni e ricordi: la memoria riporta alla mente attraverso il cuore, trasfigurando. E allora gli eventi si stagliano netti, come ripuliti dalla tristezza, dalle incrostazioni che il tempo deposita. La “naia” è allora distacco e speranza di ritrovarsi.

Carnalità esplicitate in verbi come “palpare”, struggimenti e afonie nella mancanza dell’amore suo eterno. Italo ricorda “Carla” di un tempo passato, irresistibile “io t’amo/ sino alle pene profonde”, canta senza remore e … “onde del mare annegante”, e poi resta “solo” dove vi è “amor che squarta il mio torpore”.

Ma quando Italo non trova agganci ecco che la preghiera lo soccorre, con anafore battenti: “Ti ho dato la pace,/ … ti ho dato la gioia,/ … ti ho permesso la guerra, /…”, e lui così parla con Dio, cui si rivolge senza timore, quasi con confidenza.

A volte quasi si inventa “dantesco”, come nella lirica “I dannati”, cupa discesa nella umana sorte. E il verso è spezzato, irregolare, senza cura metrica, che a Italo non interessa e nella quale non si espone. A volte moralista, si spende contro la superbia, “le frasi cretine… i bravi arruffoni”, i “profeti di sciocchezze e seguaci di mammona” (in L’etica dei tronfi). La sua sapienza antica gli suggerisce prudenza quando parla di felicità, ché non la sa definire: guai a chi sa definire tutto, sembra dire Italo, tra le righe, guai a chi “supponente” pensa di sapere ogni cosa, e invece il sapere è “fatuo/ come il fuco delle tombe” (n Felicità). Quasi echi “paolini” in questo suo canto.

Il tempo scandito tra momenti di entusiasmo e di “abulia” sembra l’involucro di un silenzio più assorto, accettato a volte come ineluttabile, dove il corpo umano si adatta alla vita che scorre, parte di un universo vivente e transeunte. Lo sguardo di Italo trascolora nell’osservazione della natura, cui dedica odi, come alla “foglia”, immagine del cambiamento evidente e simbolo del transito. Come per l’uomo che nasce, cresce, invecchia e vien meno.

La notte ha “riverberi dell’alba” ha echi di silenzi, misteri, preghiere, mute invocazioni: sono notti vissute nella pianura, ma anche notti di montagna, quando i rifl essi della luna nascente si percepiscono dagli spalti oscuri del monte Pala, o dietro la Pieve di San Martino.

Le campane accompagnano il cammino di Italo, “bronzate e pesanti… a corda intonate…” (in Campane), sono lì nell’aria a scavare ogni segreto pertugio dell’anima.

I paesi della pedemontana gli parlano con le gerle antiche, le foto ingiallite di Vito d’Asio, come le fontane di pietra e i ciottoli biancastri delle case. Con i boschetti di ripa lungo il sentiero antico che porta alla Pieve. Ed ecco il Meduna dove vien voglia di immergere il piede nudo, fiume roccioso e sterminato nei magredi persi verso l’indistinto. “Sul carro fuggente del tempo/ …” (in Fumata) Italo osserva le vite di ogni genere, pietosamente scomposte, tra cui si pavoneggiano “adoni” come “fiori dai colori perdenti”.

Vi è come una spietatezza nel dire poetico di Bertolin, che osserva a volte con sguardo da entomologo, già travolto dalla passione per la vita, il muoversi della vita stessa, il suo comporsi e scompaginarsi lungo strade infinite, per infinite cause sconosciute e circostanze inimmaginabili, prima.

L’anafora, la ripetizione, la cantilena, quasi la preghiera, stilemi arcaici ogni tanto appaiono negli scritti del nostro non smaliziato autore: come in “Domanda! … E’ sensata?”: “Se mi avessero chiesto se volevo nascere,/ che cosa avrei risposto?/ Se mi chiedono se son felice di esser nato,/ come rispondo?/ Se mi chiedono se sono infelice di esser nato, come rispondo?/…”.

Il suo sguardo si porta sui balconi della terra friulana, perdendosi a volte negli infiniti meandri del Tagliamento che scende al mare sfiorando paesi e colline, creando ombre e presagi, giochi visivi e miraggi, come i giorni che transitano.

E alla fine “Il confine”, a chiudere l’itinerario di questo piccolo libro, ancora un’anafora feconda di quesiti e di alternative… “Che cosa guardi/ oltre il confine ristretto/ del tuo orizzonte?/ Vi è forse una plaga/ sfuggita oltre la coltre/ della tua fuliggine?/ O una steppa arsa,/ nel vuoto parcheggio/ della tua apatia?/ … O una aiuola stopposa/ irrigata copiosa dalla sbavate/ della tua cupidigia?/ …”.

Italo saluta con un “arrivederci”, perché sembra voler scrivere ancora, o meglio, scegliere fors’anche tra cose già scritte, per un prossimo libro.

La sua poesia si smarca sempre dallo stereotipo, perché vive, non ripete parole già dette, perché le ricrea ogni volta, come sorgessero da un lampo dell’essere.

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