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Autore: Gina Marpillero

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Dalla prefazione di Giuseppe Zigaina 

Si poteva già intuire, fin dal suo primo e unico libro di racconti, che la Marpillero, una delle sue ultime apparizioni nel mondo letterario friulano, avrebbe, prima o poi, trovato l’occasione per precisare o disvelare meglio il nucleo del suo immaginario, che è come dire la “necessarietà” del suo linguaggio.
La disarmata novità della sua prosa, quella appunto del suo primo libro, aveva colto un po’ tutti di sorpresa, come coglie di sorpresa, nello smaliziato milieu culturale, ogni disadorna espressività.
Che cosa dire di quella paesana freschezza, così priva di allusività, di colti riferimenti o di quelle astuzie che oggi sono nell’aria, prima che nella penna dei novizi scrittori?
Quella prosa, ancorché velata di nostalgico amore per un piccolo universo perduto (i lacerati affetti, e così muti, della famiglia carnica) ma visto tuttavia con il sufficiente distacco di un sorriso, era così rustica e scarna – nella mancanza assoluta del consueto lirismo – da parere quasi esotica.
Oggi con l’uscita di questa raccolta di poesie in friulano, quell’alcunchè di esotico acquista un senso e il suo perché.
Ecco, quel “venir da fuori” che caratterizzava la prosa della Marpillero era il frutto un po’ aspro di una “traduzione” o di quella operazione di “adattamento” tipica del bilinguismo. Tanto che certi moti dell’anima o espressività gergali della gente friulana, che sono intraducibili, nella sua prosa in lingua italiana trovavano percorsi e forme simboliche – come dire – stretti e quasi impacciati.
Insomma la Marpillero, pur sentendosi fuori dal suo “piciul mont” (e quasi, ma inconsciamente, al di sopra di esso) continuava a pensare e a immaginare attraverso la lente colorata della lingua friulana.
In questa raccolta di poesia, invece, l’autore parla, scrive e si esprime nella sua vera lingua.
I fonemi della parlata materna sono a tal punto ancorati agli oggetti (o identificati con momenti psicologici in altre lingue indefinibili), da sembrarne l’interno, inseparabile umore, più che un simbolo astratto ad essi riferito. Per cui la “necessarietà” – questa volta- della lingua prescelta, il friulano appunto, è fin troppo evidente. La stessa Marpillero trasferendo il mondo della sua infanzia e il suo attuale atteggiamento di fronte ad esso, dal linguaggio della prosa a quello della poesia, confessa involontariamente la necessità di aderirvi maggiormente.
Ed è sorprendente che la scrittrice, pur giovandosi di questo nuovo strumento linguistico, non si abbandoni al lirismo neppure nei momenti di maggiore tensione emotiva. (Di complicate ricerche stilistiche “up to date” ma talvolta giustificate dalla naturale necessità di rinsanguare la lingua friulana in ordine al mutare della “piccola patria! E quindi al fatale sfaldarsi della sua “insularità”, non è il caso neppure di parlare perché una tale veste non si adatta caratterialmente alla taglia della Marpillero.
Ma vediamo: prendendo come campione “rosari dal meis di mai”, vi si potrebbero cogliere due componenti quasi costantemente ricorrenti; e che pur influendo in definitiva sullo stile, sono, e prima di tutto, vistosamente di ordine psicologico: la prima componente riguarda lo schema compositivo, che consiste nel dividere in tre parti il campo visivo (evocativo): un “preludio” più essenziale e ispirato (talvolta costituito da un solo verso); un “racconto” più disteso; e un “finale” tutto raccolto in una specie di meditazione.
La seconda componente invece riguarda il “tono” espressivo, che biologicamente si potrebbe definire “scosso”, suscettibile cioè di un improvviso e sempre possibile cambiamento: nostalgico ma venato di ironia, accorato ma non senza un sorriso, umoristico - talvolta – ma di una cupezza bruegeliana.
“Arie clipe e sutile sore sere / zisiles basses quasi fin par tiere / odôr di jerbe, odôr di stocs brusâz: odôr di primevere”.
Questi primi quattro versi del “Rosari” (il preludio, appunto) acquistano stilisticamente (lascio agli specialisti l’analisi dei rimandi, dei riferimenti, ecc.) carattere paradigmatico di tutta l’operazione poetica della Marpillero. Che fa poesia – ne abbiamo appena dato un saggio – ma quasi senza saperlo.
Infatti quell’”Arie clipe…” è già un’aria senza tempo, vicino all’ineffabile, a quell’indefinibile qualcosa”… (parlo del miracolo che è il “passaggio dalla comunicazione all’espressione”).
Eppure, pur essendo quei versi già conclusi nell’essenzialità dell’immagine poetica, la scrittrice, dopo l’aprirsi dolce e antico sullo scenario del mondo, dopo il saettare delle rondini e l’incalzare dei profumi, riprende il viaggio nella memoria come in un rapimento: inciampando, cadendo, schivando pericoli mortali, ma, alla fine, arrivando miracolosamente a salvamento come nella frana di luce di un ex-voto.
E persino quando la poesia – come abbiamo detto – si stempera nella prosa poetica, il profumo di quell’indefinibile qualcosa è sempre nell’aria, per rinvigorirsi, alla fine, come nel trasalimento di un canto popolare.

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