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Aghe ch'a cor

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Autore: Gina Marpillero

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Dalla prefazione di Mario Spinella

 

La limpida acqua della poesia

E’ stato Pier Paolo Pasolini, cinquant’anni fa, a ravvivare e stimolare, con la raccolta di “Poesie a Casarsa” (1942), l’interesse per la produzione poetica in dialetto. Il suo libretto non sfuggì all’attenzione di un critico attendo al nuovo come Gianfranco Contini, che lo recensì sul “Corriere del Ticino”, traendone spunto per alcune pertinenti osservazioni sulla poesia dialettale.

In realtà il friulano Pasolini ha - lo ha scritto Franco Brevini nella bella antologia da lui curata per Einaudi nel 1987 – una “componente artificiosa”: la ricerca, da parte di Pasolini, di una lingua della poesia “tout court”, d una lingua delle origini (“privata”, la definirà più tardi il poeta).
Del tutto diversa, almeno a prima vista, appare l’ispirazione di Gina Marpillero. Fattasi conoscere, nel 1980, per un libro in prosa, “Essere di paese”, lo ricorderà in questa nuova raccolta di poesie, “Aghe ch’a cor” (Acqua che scorre), che fa seguito a quella, del 1984, intitolata “Int e pinsîrs a slàs” (Gente e pensieri alla rinfusa):

Avevo depositato, ammassato nella mia testa/ (come in un armadio la biancheria) / cose di poco conto / e cose anche di niente. / Abitudini, tradizioni / e parentele. / Dovevo lasciare a qualcuno / le chiavi di quell’armadio / quasi segreto? / o anche a più persone? / Così ho scritto il libro / “Essere di paese”.

“Quella prosa, ancorché velata di nostalgico amore per un piccolo universo perduto (i lacerati affetti, e così muti, della famiglia carnica) ma visto tuttavia con il sufficiente distacco di un sorriso, era così rustica e scarna - nella mancanza assoluta del consueto lirismo - da parere quasi esotica” . Così aveva scritto Giuseppe Zigaina nella sua presentazione a “Int e pinsîrs a slàs”. Il passaggio dalla prosa alla poesia, dall’italiano al friulano si presentava perciò come  naturale: una più diretta adesione linguistica a una materia apparentemente povera, periferica; in realtà un universo di affetti, un legame profondo non solo con i familiari, ma con la “int” (la gente), gli animali, gli oggetti, il paesaggio.

Sono temi e motivi ricorrenti anche in questo nuovo libro: con in più, forse, la cognizione – serena! - della tarda età (l’autrice è nata, ad Arta, in Carnia, nel 1912):

80 anni, non sembra vero, / chi l’avrebbe mai pensato / quando erano diciotto? / Sono arrivati piano piano, / ora con gentilezza ora con qualche botto. / Se nominano gli anziani / io mi guardo intorno meravigliata. / Di chi parlano? / Di me non di certo. / Vecchi si nasce / non si diventa. / Prendere la vita alla leggera / ecco la vera medicina. Ottanta anni suonati / è un suono che non mi spaventa, / che non mi fa effetto. / Esser contenti di tutto, / desiderare ciò che già si possiede, / ecco il segreto. Vivere alla giornata / e ogni giorno sapere ricominciare.

Una lezione di vita, questa di Gina Marpillero, che  tutti dovremmo imparare: qualcosa che non si impara certo dai libri, tanto meno dalla scuola. L’autrice sembra suggerirlo, con la “gentilezza” che le è propria, ponendo all’inizio di questo libro la poesia “La scuele” (La scuola):

A tredis agns di etât
il soreli la neif
las roses i flums
las monz i prâz,
chest mi vores plasût
chest ‘j vores studiât;
ma pal rest,
mi sameave par dabon
dut timp straciât.

(A tredici anni / il sole la neve / i fiori i fiumi / le montagne i prati / queste cose mi sarebbero piaciute / queste cose avrei studiato; / ma per il resto / mi pareva veramente / tutto tempo sprecato).

Più tardi entrano a far parte della esperienza altri oggetti d’amore: la madre, il padre, lo sposo (cui è dedicata la poesia che chiude il volume, “Io l’ho chiamato amore”), i figli, le amicizie, ma anche le semplici esistenze della gente di paese (la “macellaia”; “Orsolina la boccaletta”), persino un “piccolo cane” travolto da un’automobile di passaggio, o i luoghi incantati dell’infanzia “L’orto di mele”).

A unificare tutto ciò vi è lo sguardo della scrittrice, il punto di vista ovunque ritornante; un atteggiamento dell’animo fatto di comprensione, di tenerezza, di “pietas”, di affetto. Qualcosa di raro, certamente, e presentato con piena felicità espressiva.

Se ho preferito citare in lingua, è per il desiderio, vorrei dire l’auspicio, che questo libro possa trovare molti lettori, anche al di là della cerchia friulana. Ma sono del tutto consapevole che le trascrizioni italiane (dell’autrice) lasciano solo intuire i “Profumi, sapori, odori” – è il titolo di uno dei testi più riusciti – degli originali. Lo si intende pienamente dall’unico frammento che ho mantenuto in friulano: il lettore potrà rendersi conto della sapienza compositiva, pur nell’apparenza di un dettato che vuol presentarsi come spontaneo, semplice, diretto: qui le rime in “-ât”; l’iterazione forte di “chest” e “vores”, le assonanze, le omofonie, la scansione metrica, sono il segno di un travaglio formale che non sfugge certo al poeta che si vuole impegnare a compierlo:

Scrivere poesie / non è divertimento / … / perché la poesia, / come la musica / deve toccare, con qualche suono / o con qualche rima / i sentimenti sottili / un po’ dimenticati / di una vibrazione / nascosta negli anfratti / del cuore di ogni persona.

Individuare, entro la lingua, o il dialetto, “qualche suono”, “qualche rima”, che tocchi “i sentimenti sottili” del lettore, non è da tutti. Direi proprio che in questa “Aghe ch’acor”, in questa “Acqua che scorre”, Gina Marpillero vi è pienamente riuscita.

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