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La sedia vuota

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Autore: Caterina Guerra

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IL TITOLO E ALTRE COSE

Il primo titolo che mi è venuto in mente per questa piccola opera teatrale è stato “La sedia vuota”.
Un titolo secco, austero, in italiano.
Vent’anni fa, con la Comediuta, i nostri paesani avevano riso, ora, dovevano forse piangere?
Come un ruscello in discesa hanno cominciato a scorrermi davanti altri titoli più luminosi e rassicuranti....
Una biela cjadrea, Mari mê, Stelutas...
La lingua friulana, sin dal titolo, sembrava salvarci dal dolore.
Ma la sedia vuota, collocata sin dagli inizi in mezzo alla scena, non aveva nessuna intenzione di cedere il posto ai nuovi arrivati.
Il tempo passava, gli anni, gli eventi... il ruscello rischiava di prosciugarsi e di lasciarci a secco.
Il paese continuava il suo lento sgretolamento.
Nei viaggi in treno, verso il Friuli, come sempre mi portavo dietro il quaderno di appunti dove segnavo i cambi di stagione, qualche albero spoglio, una montagna nella luce, le strade dei borghi, la battuta di un vecchio che ricordava il tempo andato...
Poi capitò uno strano inverno, che faceva pensare a qualche evento prodigioso.
I prati erano ricoperti di margherite, l’aria era tiepida.
Fu quell’inverno ad entrare nelle pagine della nostra storia.
Un giorno, un’anziana che aveva saputo del progetto di un nuovo teatro, ci disse: “Fàit, fàit chel teatro prima ca jo mueria!”. – Fate, fate quel teatro prima che io muoia –. Ma anche noi potevamo morire... noi che volevamo dire ancora qualcosa al nostro paese.
“Pobèn, sa no ridarìn, vaiarìn!” – Va bene, se non rideremo, piangeremo! – Diceva qualcun altro, intuendo il nostro segreto.
Una necessità dunque, una specie di urgenza, e anche un’accettazione scanzonata del ridere e del piangere.
I personaggi che abitano quest’operetta sono tutti molto vicini al mio cuore: il fisarmonicista incredulo, l’ironica e malinconica sognatrice di viaggi lontani, la donna energica e guerresca che brandisce il suo violino, l’immaginativa dotata di sano realismo, la discreta e servizievole che parla solo in italiano.
E così, un po’ alla volta, quel vuoto andava perdendo la sua iniziale ombra opaca e diventava luminoso spazio di libertà e immaginazione.
Dedico quest’opera tardiva a mio padre che aveva chiamato in paese, ai tempi d’oro, il pittore Moretti a disegnare angoli di Anduins, vuoti di abitanti, puntellati da alberi spogli. A mia madre, forestiera, che si era innamorata di lui a una festa da ballo, ai Bagni delle Fonti Solforose. E a tutti quelli che conservano il dono prezioso di questa lingua e quello, ancora più prezioso, della speranza. “Sperancia, lûš tal scûr”...... questa volta senza traduzione.
Caterina Guerra

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