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Dendrophilia. Cinquant'anni di lavoro con la natura

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Autore: Raimondo Strassoldo

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Scheda tecnica

Pagine 232
ISBN 9788896304228
Genere tecnico
Lingua italiano
Formato 16,5x23,5

Dettagli

In questo libro si narra la storia di un pezzo di terra, lungo circa due chilometri, per 46 ettari, di cui circa 32 sono a seminativo, 12 a parco e bosco, mentre il resto è occupato da fabbricati, tra cui un castello. La tenuta, a forma di fuso o foglia con asse nord-sud, giace sulla “linea delle risorgive” che distingue il Medio Friuli dalla Bassa Friulana, ed è delimitato da due corsi d’acqua. In un certo senso, questa campagna è un’isola, da cui deriva il suo antichissimo toponimo: Natoc, dalla sloveno otok, isola. Anche il nome del castello, Strassoldo, forse si riferisce alla natura acquea del luogo: una delle sue antiche traslitterazioni è Strassau, dove la radice au in tedesco significa bordo di fiume.

Qui si raccontano le vicende degli ultimi 70 anni, cioè l’arco di vita cosciente di chi scrive; con qualche riferimento ai decenni precedenti, di cui si sono raccolte sparse informazioni. Molto scarsi i documenti sugli avvenimenti di questa terra nei secoli precedenti, e comunque estranei all’intento di questo scritto. Più che una opera di storia, questo è il memoriale di chi ha dedicato una quota non disprezzabile del suo tempo e delle sue energie nella trasformazione di questa zona, negli anni di transizione dall’era pre-industriale e quella post-moderna.

Oggi questa tenuta si presenta in forme molto diverse, rispetto a quelle che aveva nelle generazioni precedenti; e anche molto più belle, come affermava nostra madre, che le ricordava bene. A questo risultato si è giunti superando un periodo molto negativo, in cui si sono intrecciati fattori molto diversi: i dolori della guerra e la morte nel 1945 del nonno Riccardo; la miseria generale e le tensioni socio-politiche dell’immediato dopoguerra; la prolungata assenza di Carlo, nostro padre, disperso in Germania; la minaccia della Jugoslavia comunista, che pretendeva di annettere questa parte del Friuli; l’emigrazione in Paraguay del primogenito, Nino (Giovanni Battista), nostro zio, in preparazione della quale furono svendute parti importanti dell’asse ereditario, compreso il grande bosco di roveri denominato “Cistigna”; la rottura dei tradizionali rapporti tra proprietari e contadini (riforme dei “patti agrari”), che ha favorito un po’ i secondi ma ha reso insostenibile la posizione dei primi; la (s)vendita di gran parte della campagna ereditata dai figli di Riccardo, salvo il Natoc, per cui ai nipoti è arrivato meno di un quarto del patrimonio del nonno; la transizione dall’agricoltura “a energia muscolare”, umana e animale, all’agricoltura meccanico-chimica; i tentativi del primogenito, tornato più povero di prima dal Sudamerica, di lanciarsi, con scarso successo, in iniziative agricole innovative; la penosa lite giudiziaria, a partire dal 1955, tra Giovanni e Carlo, sui diritti ereditari; la precoce morte di Carlo nel 1961 e i seguenti anni di grave miseria; finalmente la “riconquista” del Castello e del Natoc, nel 1966.

Per mezzo secolo si è operato per restaurare e migliorare questi beni. I fabbricati, da tempo abbandonati, sono stati “messi in sicurezza” dalle infiltrazioni piovane, ristrutturati e fin ricostruiti; il corpo principale del complesso castellano, la “Casa Grande”, che era stato consegnato vuoto, fu ri-arredato. Il parco storico, deturpato da inserimenti edili e arborei speculativi, devastato dall’incuria e dalla moria della specie dominante, cioè gli ippocastani, fu ripulito, modificato, ripiantato, ed esteso oltre il fiume. Il gruppo di vecchie case contadine (il “Borgo Natoc”) fu ristrutturato in abitazioni civili e in “case per ferie”, e i loro cortili e orti trasformati in prati e giardini. La campagna fu “sistemata” secondo le esigenze dall’agricoltura moderna, e incorniciata da fasce boschive: sul lato occidentale, lungo il fiume principale, fu riqualificato ed esteso il bosco golenale, per ca. 4,5 ettari, mentre su quello orientale, lungo la roggia Natoc, fu realizzato ex novo un bosco lungo 1,8 km, per circa 3 ettari di superficie. In alcuni punti di questa fascia alberata si sono allestiti mini-giardini con statue, come elementi di attrazione. Per rendere fruibile tutto ciò è stata realizzata e curata una rete di 8 km di percorsi rotabili. Il tratto del fiume che attraversa il nostro parco è curato e regolarizzato, con frequenti sfalci e opere di difesa delle sponde.

Tutto questo deriva dal principio morale e generale di conservare il patrimonio ereditato e trasmetterlo migliorato agli eredi. Gli interventi eseguiti in questi decenni non discendono da un singolo progetto iniziale, ma si sono sviluppati gradualmente come risposte a stimoli, problemi, opportunità, contingenze. Tra queste c’erano anche pulsioni estetiche; ma gran parte delle soluzioni adottate in origine erano meramente pratiche. Le forme sono nate dalle funzioni.

In questo mezzo secolo sono scomparse le tradizionali pratiche agricole e si è invertito il ruolo della campagna per i proprietari: da fonte di reddito a voce di spesa, da cui trarre solo soddisfazione estetica ed etica. Tutti i redditi della terra e delle case sono investiti in esse; e anche quote non indifferenti dei propri stipendi. Questo libro si focalizza sull’impegno nel rivestimento arboreo della tenuta. 0ggi vi vegetano oltre 6.000 alberi e 1.200 arbusti; di questi ultimi, circa 900 sono mantenuti in forme regolari, mediante potature almeno annuali. Si può stimare che il 98% del “volume verde” visibile oggi ècresciuto dopo il 1966. I boschi sono popolati anche da animali selvatici un tempo assenti (es. caprioli, tassi, aironi, cinghiali). Il parco, i giardini e il castello non sono più luoghi di convivialità e segni di prestigio nobiliare, ma attrazioni turistiche (visite guidate; feste, due volte all’anno, su “fiori/frutti, acque, castelli”; le case per ferie, ecc.). Nel Natoc si vedono, secondo le stagioni, cercatori di funghi e urtizzons, anziani coi cani, coppiette, famigliole. Qualche volte si sono svolte pittoresche partite alla volpe, di tradizione inglese, ma senza la volpe.

Complessivamente si può guardare con una certa soddisfazione a quanto si è fatto; che è un privilegio, anche perché non è frequente che si possano realizzare proprie idee, in totale autonomia, per oltre cinquant’anni.

Questo libro, in un certo senso, è il culmine (non l’atto finale, per carità!) di questo progetto di vita, e si compone di due parti. 

Nella prima, “Storie dei luoghi” si tratta del territorio, suddiviso in undici ambiti, di estensioni molto diverse, ma ognuno con la propria identità: 1. Il Giardinetto delle Ex Scuderie; 2. Il Giardino davanti alla Casa Grande; 3. Il Cortile interno; 4. La “Strada Vecchia”; 5. Il Parco storico; 6. Il Brolo; 7. Il Borgo Natoc; 8. il Natoc-campagna; 9. Il bosco occidentale; 10. Il bosco orientale; 11. Il fiume. Ognuna di queste zone – salvo l’ultima – di primo livello si articola in numerosi siti e oggetti minori. Di ognuno si descrivono minuziosamente gli stati e trasformazioni della loro vegetazione (tagli, impianti, cure). Volendo, si potrebbero compilare schede biografiche di ognuna delle piante esistenti, e anche di quelle scomparse. L’ordine con cui si presentano i singoli luoghi combina un criterio topologico e uno cronologico (auto-biografico), a partire dall’edificio in cui siamo vissuti nei nostri primi anni. 

Si è cercato di mettere in primo piano le cose (la terra, le piante e le acque), e le attività su di esse esercitate, comprese le ragioni e gli obiettivi particolari che le hanno animate; ma tenendo in ombra i soggetti agenti, le persone. In linea generale, i lavori sono stati eseguiti (ma anche concepiti e diretti) dall’autore; quando l’apporto lavorativo di altri è sostanziale, o addirittura totale, lo si riconosce nel testo, o più spesso in calce. Chi scrive si è sforzato di tenersi fuori da quello che sta raccontando, per nascondersi, come ci raccomandava il buon Epicuro (“lathe biosas”, vivi nascosto). Perciò nella narrazione si sono impiegate forme grammatical-stilistiche impersonali: il “noi” collettivo (non majestatis), le terze persone appena usate (“l’autore” “chi scrive” ecc.), il si riflessivo, e altri trucchi logici, peraltro abbastanza trasparenti. 

Occasionalmente nel testo si presentano anche scenette e personaggi, quando l’episodio appare abbastanza pittoresco. A volte, raramente, ci si abbandona anche a qualche nota sentimentale, espressione lirica e/o riferimento erudito. Ma in linea generale si tenta di attenersi al registro fattuale (cose, azioni).

Può provocare qualche problema lo schema spazio-temporale adottato per l’esposizione, in cui per ogni singolo luogo si racconta anche il suo passato. Il lettore frettoloso può essere infastidito dai salti tra gli anni, da una pagina all’altra. Rimane intrattabile il problema dei modi passati dei verbi, di cui la lingua italiana ha una sovrabbondanza barocca – il presente storico, l’imperfetto, il passato prossimo, il passato remoto, il trapassato prossimo, ecc... Coordinare e giostrarsi tra queste forme, nel rispetto delle antiche regole grammatiche, sintattiche e stilistiche (la consecutio temporum), richiede un’attenzione sovrumana; specialmente in un’epoca in cui anche in questo campo le regole e le usanze cambiano, si sfilacciano e si appiattiscono. 

Quando si descrivono giardini e parchi, non si può evitare di accennare ai fabbricati di cui essi sono pertinenze. Il loro restauro, ristrutturazione e manutenzione hanno assorbito risorse incomparabilmente più consistenti di quelle dedicate al verde. Nel progettare questo libro si era accarezzata l’idea di includere nel testo anche descrizioni, brevi ma organiche, degli edifici e degli interventi. Si contava sulla collaborazione del fratello Marzio, che ha sempre gestito personalmente questo aspetto della comune proprietà, e aveva accumulato una notevole competenza specialistica nel restauro di antichi fabbricati, avendo guidato per decenni il Consorzio dei Proprietari dei Castelli del Friuli-V.G. Tuttavia si è dovuto abbandonare l’idea, in seguito al suo improvviso e prematuro decesso. Una eventuale relazione su questo importante argomento dovrà attendere, per un tempo oggi non prevedibile.

Nella seconda parte, “Appendici”, si presenta una serie di capitoletti su alcuni aspetti del vissuto, e che erano stati tenuti in ombra nella prima parte. Gli aspetti trattati sono 6; ognuno di essi corrisponde a interessi culturali e formae mentismolto diverse, e quindi a differenti “lettori-modello”. Nella prima, “Idee”, si accenna alle fonti esistenziali e bibliografiche che hanno stimolato, accompagnato e guidato le attività svolte. Per ovvie ragioni, in queste pagine ci si riferisce alla psiche, alle esperienze e al patrimonio culturale solo di chi scrive. Nella seconda, “Persone”, si elencano e tratteggiano gli uomini che nel corso dei decenni hanno maggiormente contribuito, con il loro lavoro, all’impresa, e con cui abbiamo sviluppato relazioni più profonde. Nella terza, “Attrezzi”, si descrive il “parco attrezzi e macchine” accumulato negli anni e tuttora in servizio. Chi scrive è un fan della dimensione metallica della vita umana, in reazione all’attuale esaltazione degli aspetti intangibili della società (comunicazione, discorsi, immagini, informazione, micro-elettronica ecc.); e ricorda che le grandi civiltà si sono sviluppate grazie alla metallurgia. Con i suoi attrezzi l’autore intrattiene rapporti affettivi (“catessi”, dicono gli eruditi) ed è loro riconoscente per aver potuto realizzare e curare, quasi da solo, un patrimonio vegetale che in un’epoca precedente avrebbe richiesto il duro e lungo lavoro muscolare di molte persone e animali.

Nella quarta appendice, “Economia”, si affronta un argomento con cui l’autore non ha molta confidenza, per diverse ragioni; tra cui il fatto che fin dall’inizio l’amministrazione della comune proprietà è stata affidata al fratello Marzio, anche per le sue competenze professionali in questo campo (professore di statistica economica e contabilità pubblica). Solo per gli ultimi vent’anni, e solo per una parte delle attività, e in modo molto informale, chi scrive ha conservato appunti e documenti monetari. In questa appendice ci si avventura anche in calcoli e stime sui tempi lavorativi, e quindi sul costo-lavoro dedicato da chi scrive; esercizio che potrebbe interessare agli specialisti di economia dell’ambiente.

La quinta, “Piante”, si rivolge principalmente ai botanici e a chi ha qualche interesse nella progettazione di giardini, parchi e boschi. Si stimano i numeri di piante acquistate, piantate e allevate nei decenni, e del patrimonio arboreo oggi esistente, come saldo delle piantagioni e delle perdite e/o tagli. Poi si presenta un elenco completo delle essenze legnose impiegate (circa 200). Infine, a beneficio di chi volesse piantar boschi, si offre una serie di brevi osservazioni personali, da dilettante, sulle principali specie latifoglie da noi usate nei rimboschimenti (25); trascurando invece quelle meramente ornamentali, qui presenti solo nel parco e nei giardini. Nella sesta, “Animali”, si compie una breve rassegna delle specie animali più comuni, vistose e attraenti, che popolano la nostra tenuta. Qui si vuole solo ricordare questo effetto positivo del miglioramento del nostro ambiente. 

Si avverte che nelle appendici sono riprese anche alcune informazioni già disseminate nel testo principale. È sembrato opportuno riproporle in forme più organiche. 

  

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Il testo è illustrato da circa 250 fotografie, tratte dagli album cartacei di famiglia. Solo una minoranza degli originali sono digitali. La parte di gran lunga maggiore delle immagini risale agli ultimi decenni (grosso modo dal 1990), quando si è avvertita l’importanza del documentare con qualche sistematicità quello che si sta realizzando. Per i decenni precedenti spesso si sono utilizzate le foto originariamente dedicate a persone, dove la vegetazione e i paesaggi sono solo sfondi. In altri casi, più recenti, le persone sono state chiamate come “metro” della scena rappresentata. Comprensibilmente, i soggetti umani più ricorrenti sono la figlia Barbara e suo figlio Gabriel, che perciò non sono nominati nelle didascalie (con qualche eccezione). Sono pochissime le foto risalenti a decenni precedenti agli anni ’70, e di solito di qualità tecnica ed estetica molto modesta. La grande maggioranza delle foto sono state scattate da chi scrive. 

 

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Con questo continua la serie di miei libri di memorie; i primi tre sono stati dedicati rispettivamente alle esperienze professionali (Quarant’anni di sociologia,2007), agli impegni cultural-politici (Una vita da friulano, 2012)e ai viaggi (Turismo culturale in Europa. Viaggi 1990-2010). Qualcosa rimane ancora da scrivere. 

Le attività nel settore giardinistico-forestale sono già state esposte sinteticamente in un libriccino dallo stesso titolo, Dendrophilia, 2003 (ma con un sottotitolo un po’ diverso), di cui questo è una versione aggiornata e molto ampliata. In un certo senso, questo volume può essere considerato anche come la documentazione di come sia stato realizzato un progetto insieme esistenziale e professionale formulato quarant’anni fa, all’inizio di uno dei primi libri, Sistema e ambiente. Introduzione all’ecologia umana, 1977: “Al Limburino, progetto e palestra di ecosistemologia”. 

Come si vede nell’epigrafe, questo lavoro è dedicato ai membri più giovani della nostra famiglia, perché sappiano che cosa hanno fatto gli avi, e makaroi ne traggano insegnamenti e ispirazioni nella conservazione del patrimonio. Ma si spera che possa essere di qualche utilità anche per tutti quelli che si interessino al miglioramento dell’ambiente e del paesaggio, e non solo nella Bassa Friulana. 

Raimondo Strassoldo

 

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