Introduzione di Monica Peron, curatrice del progetto

6 maggio 1976. Era sera e, nonostante fossi bambina, ricordo ancora che faceva un caldo anomalo dato il periodo. Una vibrazione e in pochi istanti molti hanno realizzato quanto stava succedendo: “Il terremoto”. Sembrava che tutto fosse finito lì, ma nell’arco di qualche minuto la terra ha cominciato a tremare violentemente e la linea dritta del sismografo si è improvvisamente spezzata nel ritmo zigzagante che la caratterizza. Chi ha raggiunto le zone colpite la sera stessa e i giorni successivi, ha subito realizzato che anche le linee verticali e orizzontali di parecchie case non c’erano più, spezzate da quel mostro che schiaccia tutto quanto di fragile si trova sul suo percorso. Mai avrei immaginato di rivivere così intensamente quei momenti nel coordinare le attività editoriali, volute dagli organi direttivi regionali della categoria professionale dei geometri per ricordare l’evento. Con il tempo le linee spezzate si sono ricomposte, ricostruite grazie ad una volontà ferrea e ad una serie di circostanze che verranno via via sviscerate in questa pubblicazione. La letteratura sull’argomento è ampia e si è sviluppata nel corso delle diverse cadenze celebrative, inizialmente con un intento meramente testimoniale, poi sollevando nuovi spunti e osservazioni che hanno permesso di vedere il fenomeno l’evento sismico sotto molteplici angolazioni. Anche il presente lavoro dà uno sguardo al 1976, ma intende soprattutto analizzare quanto è accaduto negli anni successivi in termini urbanistici e di amministrazione del territorio; molti hanno dato il loro contributo, tra essi anche i geometri. Voluto dal Comitato dei Geometri e Geometri Laureati della Regione Friuli Venezia Giulia, il presente libro nasce posteriormente alle celebrazioni del 40°anniversario dal sisma friulano, quale compendio e conclusione di una intensa partecipazione della categoria alle numerose iniziative intraprese: la realizzazione di un cortometraggio dal titolo Friuli 1976. Geometri nella ricostruzione (allegato alla pubblicazione), la stesura di alcuni contributi per la “Rivista Tecnica”, la collaborazione alla mostra delle Scuole CAT Ricostruiamo ancora insieme il Friuli di Udine e la partecipazione attiva ai diversi convegni. Tra essi si ricordano:
- La ricostruzione del Friuli terremotato, analisi condotta dalle scuole CAT - Udine, 7 aprile 2016;
- Giornata Scuole CAT a Gemona “Capitale del terremoto 1976” - 22 aprile 2016;
- Tecnici nella ricostruzione, manifestazione promossa dall’interprofessionale a Gemona, 8 ottobre 2016;
- Il ruolo di amministratori e tecnici per la ricostruzione dopo il terremoto del 1976, Lestans, 5 novembre 2016.

Il taglio dell’opera è, prevalentemente e volutamente, tecnico, arricchito dal filo narrativo del fotografo Marco Pontoni al quale si devono le immagini a piena pagina che, autonomamente rispetto al testo, si inseriscono nell’intera opera raccontando i primi mesi dei terremotati. L’iniziale inquadramento storico di Paolo Medeossi era doveroso per far comprendere, anche a chi non ha vissuto i fatti in prima persona, quali furono le dinamiche che condussero all’”esperienza Friuli”: un insieme di eventi, personaggi e provvedimenti che si incastrarono tra loro in modo mirabile. La casualità in cui si sono susseguiti i fatti sono i presupporti per cui la “nostra” esperienza potrà essere ripetibile in alcuni dei suoi aspetti, ma, secondo il punto di vista di molti, irripetibile nel suo insieme, anche nello stesso Friuli. Una delle variabili che non si presentò altrove, fu la massiccia presenza delle forze militari italiane, in quanto regione di confine durante la guerra fredda; la loro competenza, unita a quella dei vigili del fuoco, delle forze dell’ordine e dei militari stranieri ha consentito ai civili, ai numerosi volontari qui rappresentati con lo scritto di Adriano Cravero, di toccare con mano e acquisire un sistema per affrontare le emergenze. Sono emblematici la testimonianza diretta di Flavio Della Pietra, a quel tempo giovane soldato, e il caso del comune di Sequals che, in un’intervista all’allora sindaco Giacomo Bortuzzo, è stato così raccontato: “Appena sopraggiunto il terremoto, uscii in strada e con una Fiat 500 e un megafono avvisavo la gente di non rientrare in casa… Giunto nella piazza di Sequals incontrai il comandante (di nome Navetta) della vicina caserma 132° Reggimento Artiglieria Corazzata “Ariete” che si rese disponibile ad aiutarci. Alle 5 del mattino avevano già allestito una tendopoli nel campo sportivo, scelto per la presenza dei servizi igienici e dei punti luce … Il primo consiglio comunale fu fatto il mattino dell’8 maggio sotto i platani e di lì è iniziata la nostra avventura durata 15 anni.” Un riparo è l’esigenza primaria di chi perde la casa: certo non protegge dal freddo ed è privo di comodità, ma permette di avere la sensazione di vivere il proprio dolore nell’intimità (a Osoppo vennero persino messi a disposizione dei vagoni merci a tale scopo). Non si poteva prescindere, pertanto, dal momento storico senza creare una lacuna in chi era desideroso di comprendere fino in fondo i fatti che hanno portato alla risoluzione dei problemi immediati e poi alla ricostruzione.

Nella seconda parte del testo si aggiungono, ai contributi specialistici, le testimonianze di chi, da profano, ha doverosamente intrecciato la propria esperienza del sisma friulano con i professionisti della ricostruzione. L’ex assessore regionale Roberto Dominici analizza i meccanismi gestionali che sono stati attivati per procedere nella riedificazione. Fu fatto il possibile per non lasciare nulla al caso e la rendicontazione costante e assolutamente trasparente dei fondi impiegati costituiva, secondo Giovanni Macchin della Segreteria Generale Straordinaria, uno strumento valido per promulgare nuove misure. Viene ampiamente spiegato e a più voci l’importante ruolo degli specialisti: verso gli amministratori, nel consigliare e supportare con dati tecnici quanto si andava a legiferare; verso la popolazione assumendo quella figura di mediazione che è propria della categoria dei geometri. I Gruppi interdisciplinari (“A” e “B”) costituiti dalla Regione furono il braccio tecnico della stessa. Un secondo intervento di Flavio Della Pietra (in realtà unico, ma qui suddiviso per esigenze editoriali) sottolinea la qualità del rapporto fra i professionisti di tali gruppi, sempre improntato al reciproco rispetto e finalizzato ai tanti ed urgenti obiettivi che la situazione imponeva. Come evidenzia Sergio Comisso, a sostegno dell’operato nella ricostruzione, furono i Gruppi “B” (composti da architetti, geometri, ingegneri e periti industriali) gli artefici della trasposizione dei contenuti dei Documenti Tecnici nell’operatività, standardizzando una procedura che fino ad allora era diversa per ciascun professionista del settore. Nella macchina della ricostruzione un compito fondamentale fu assegnato ai sindaci; l’ex primo cittadino di Cavazzo Carnico, Franceschino Barazzutti, ci trasmette il forte senso di responsabilità e il coraggio dimostrato dai sindaci di allora, nominati funzionari delegati della Regione nella distribuzione dei contributi. Una classe politica che il caso ha voluto fosse costituita da un gran numero di giovani. Privi di un supporto fondamentale quale è l’Ufficio Tecnico, dovettero inizialmente appoggiarsi a professionisti esterni e in breve tempo strutturarsi in tal senso. Ce ne parlano Pierdomenico Abrami e Silvano Pillin. Su tale materiale si è profilato nel corso degli anni un tessuto umano, amministrativo, strutturale, che ha modificato radicalmente la nostra regione pur nello sforzo, non da poco, di riedificare “com’era e dov’era”, slogan scandito per impedire lo snaturamento radicale del paesaggio urbanistico. In alcuni casi si rivelò improponibile nei fatti, in altri fu applicato in modo inopportuno, in altri ancora seguito con criteri filologici. Una valutazione in tal senso spetta a Giorgio Dri il quale, nella disamina delle criticità e degli aspetti positivi, annovera tra questi ultimi la scelta di riparare e rendere antisismici gli edifici esistenti. Scelte non immediate, secondo Stefano Urbano, perché la normativa nazionale per il calcolo antisismico degli edifici, prima del terremoto, era piuttosto elementare. La soluzione fu trovata proprio in Friuli. 

Il terzo capitolo, con il testo dell’assessore regionale Paolo Panontin, trasferisce l’esperienza friulana nella contemporaneità evidenziando l’importanza che oggi ha assunto la Protezione Civile, ente già presente sulla carta, ma che ha avuto in quel lontano ‘76 i natali di un sistema strutturato. Come non ricordarne il padre fondatore, l’On. Giuseppe Zamberletti (al tempo Commissario Straordinario del Governo per la ricostruzione) il quale in un recente incontro al Palazzo della Regione ha così dichiarato: “si potè allora sperimentare per la prima volta il meccanismo operativo che consentiva di ottimizzare tutte le risorse disponibili nazionali e locali e di coordinarle in modo armonioso per ottenere rapidamente i migliori risultati.” L’intervento di Elio Miani, considerato il ripetersi degli eventi cataclismatici, sollecita una visione preventiva, mentre Luca Passador apre nuove porte nel mondo del lavoro, aggiungendo agli eventi naturali quelli bellici sempre più numerosi e spingendo le giovani leve verso il panorama internazionale. 

Conclude il testo un ampio contributo che espone lo sviluppo di un lavoro di indagine svolto a più mani nei comuni disastrati dal terremoto del ’76. Si sono presi in esame i progetti edilizi presentati in un arco di tempo compreso tra gli anni 1977 e 1991, periodo entro il quale il Friuli terremotato è stato quasi completamente ripristinato. I dati, analizzati dallo statistico Dario Fadi, mostrano tutta una serie di risultati che spingono ad ulteriori valutazioni in merito ai fatti legati alla ricostruzione. Da questa articolata osservazione emerge innanzitutto un fatto indiscutibile: le dinamiche, che hanno condotto alla ricostruzione sono state studiate, ponderate, pianificate e, solo alla fine, concretizzate. Se quindi il riparo delle famiglie in luoghi accoglienti è stata un’esigenza immediata legata alla circostanza, la ricostruzione vera e propria è obbligatoriamente passata attraverso dei tempi che non potevano essere brevi. Il Friuli Venezia Giulia ha saputo trasformare la tragedia in un’occasione di rinascita, ma anche di sviluppo, dipingendo un quadro della regione moderno e sostenibile per chi ci abitava e per quei migranti che stavano solo allora facendo ritorno. Le considerazioni corali del passato anno celebrativo hanno espresso la convinzione che l’esperienza friulana, purtroppo, non ha fatto scuola, e quindi non si può parlare di “Modello Friuli” come è stato più volte inteso. Sicuramente si può dire che il Friuli sia un esempio (come detto dal prof. Gianfranco Ellero nel suo recente lavoro Il Friuli modello) cui ispirarsi per ottenere un esito ottimale. I sismi, è vero, sono diversi per localizzazione, estensione, effetti e non possono essere trattati tutti allo stesso modo. L’elemento che li può accomunare è come vengono affrontati: capacità di reazione, generosità d’animo, operosità. E in questo il Friuli Venezia Giulia ha dimostrato tutto il suo valore

 

 

Foto di Marco Pontoni