"L’obiettivo di mettere a fuoco le personalità degli individui e i singoli contesti storici, le cui caratteristiche permettono poi di ricostruire le mappe mentali, i costumi e gli orizzonti culturali degli uomini del passato, è proprio di quell’indirizzo storiografico noto come “microstoria”. La microstoria ha voluto distanziarsi dalla cosiddetta “grande narrazione” del progresso occidentale, rifiutando l’immagine di una civiltà che – dall’antica Grecia al Cristianesimo, fino all’Illuminismo ed alla rivoluzione industriale – è sempre stata descritta nei termini di un lungo percorso di costante sviluppo. Nelle pieghe di questo presunto viaggio trionfalistico – questa la critica mossa dai microstorici – sono stati dimenticati i contributi di molte culture minori, di gruppi umani e singolarità di vario genere che non hanno partecipato in modo diretto ai grandi eventi storici. Secondo lo storico britannico Lawrence Stone “la storia di una persona, di un processo, di un episodio drammatico, non è fine a se stessa, ma serve [proprio] a far luce sui meccanismi interni di una società e di una cultura del passato”. In fin dei conti la comprensione del “lato umano” dei fatti storici, anche di quelli che a torto si considerano “minori”, resta uno dei compiti principali dello storico, visto che, come già notava saggiamente il medievista francese Marc Bloch, “l’oggetto della storia è per sua natura l’uomo”; e ancora: “Il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda”.

A partire dagli anni Settanta del Novecento sono comparse centinaia di ricerche microstoriche, ma indubbiamente il più importante riferimento bibliografico per l’area italiana è Il formaggio e i vermi, scritto e pubblicato nel 1976 da Carlo Ginzburg, un volume che riguarda vicende che in Friuli sono assai note.
All’interno di questo rigoglioso fiume storiografico si inserisce, pur nei suoi limiti di ampiezza e profondità, anche la presente ricerca sul lavoro e le donne del Medio Friuli nel Novecento, frutto di una giornata di studi promossa da un attivo coordinamento sindacale che, non certo e non solo per ragioni anagrafiche, ha tra i suoi scopi quello di trasmettere alle giovani generazioni la memoria del lavoro e del paesaggio sociale, culturale ed ambientale di chi ha vissuto letteralmente in “un altro mondo”.
Ed è proprio questo l’aspetto che maggiormente colpisce di questo “trasferimento di memoria”, soprattutto laddove giunge fresca e convincente la voce dei testimoni le cui interviste sono diligentemente raccolte nel volume: il lavoro nell’opificio, nei campi e in altri contesti del territorio medio friulano è enormemente cambiato nel giro di pochi decenni, di pari passo con l’evolversi delle strutture economiche e sociali. Le donne lavoratrici d’un tempo riferiscono di un mondo del lavoro particolarmente duro, per gli orari, le mansioni e le fatiche che comportava; raccontano di turni pesanti, di angherie e pressioni dei “superiori”, di salari bassi, di ambienti lavorativi insalubri. Eppure dalle diverse memorie raccolte traspare, oltre ad un sottile senso di impotenza e di fatalismo, anche l’orgoglio per quella “prima paga”, per il coraggio che c’è voluto ad uscire di casa, ad abbandonare, anche se solo per poco, il lavoro nei campi.

A riascoltare quelle voci si ha la percezione forte di un mondo che è cambiato molto in fretta, che ha sfruttato le braccia e l’ingegno di uomini e donne pur senza calpestarne la dignità. Chi ha vissuto quegli anni e quel mondo del lavoro non ha difficoltà a riconoscere oggi che la battaglia per i diritti è passata anche attraverso quelle fatiche. Certo, molte produzioni e lavorazioni tipiche del territorio sono ormai inesistenti o radicalmente trasformate (si pensi al tabacco o alla seta): eppure quel lavoro ha prodotto un relativo benessere, un’importante alternativa all’emigrazione forzata, risorse che sono state investite per la casa, la bottega, la famiglia. I grandi flussi economici non hanno lasciato il Friuli nella miseria, non si sono limitati a sorvolarlo. Grazie all’impegno e alla responsabilità delle maestranze e ad un pugno di imprenditori lungimiranti e innovatori, capitale e lavoro hanno dato frutti comunque significativi. Si tratta di una riflessione forse fuori moda, ma degna di sollecitare il presente: quanto oggi c’è la volontà e l’ambizione, in Friuli, di usare saggiamente il territorio, le sue vocazioni e le persone residenti per costruire un benessere diffuso e duraturo? Quanti oggi sono disposti a credere che il lavoro non produce solo ricchezza individuale ma anche socialità, coesione e identità?
Gli organizzatori del convegno – lo segnaliamo compiaciuti in conclusione – hanno voluto alternare le testimonianze delle lavoratrici con la lettura di alcuni brani poetici molto intensi, frutto della produzione di autori la cui fama – è il caso ad esempio di padre David Maria Turoldo e di Elio Bartolini – ha abbondantemente valicato i confini della “Patria”. Scelta felice e intelligente, perché allo sguardo di chi ha vissuto i travagli del lavoro in prima persona si è voluto associare lo sguardo critico ma “largo” del poeta, che con la sua sensibilità ha saputo cogliere l’acutezza delle trasformazioni in atto, nei volti delle persone, nel paesaggio, nei rapporti sociali e nel costume.

Un paio di note tecniche in conclusione. Nell’elencazione dei testi si è rispettato quasi pedissequamente l’ordine di svolgimento del convegno; nella trascrizione della lingua friulana, poi, gli interventi sono stati minimi: si è badato a conservare la freschezza della lingua e i naturali (e comprensibili) passaggi dall’italiano al friulano e viceversa; si è rispettata la variante locale del parlante senza procedere ad eccessive omologazioni. A corredo del volume è stata inserita una breve galleria di immagini fotografiche, tratte da pubblicazioni d’interesse locale e da alcuni archivi privati: rappresentano una piccola parte delle tante che sono state mostrate nel corso del convegno. (Luca De Clara)".